Il Dio impersonale

Nella teologia di Vito Mancuso un Dio “personale”, un Dio che cioè si occupa direttamente di ciascuna creatura, è incompatibile con la malattia, l'handicap o il dolore. Dio diventa quindi un principio “impersonale”, che sottostà alle leggi della natura, una sorta di spettatore della natura e della creazione. E noi tutti a combattere da soli armati del nostro libero arbitrio ed illuminati solo da un fulgido esempio nato duemila anni fa, la cui resurrezione, come Mancuso scriveva sul Foglio, è un fattore sostanzialmente ininfluente, basta l'esempio etico e morale.Mio figlio (quattro anni ben portati) ha sconfessato questa ultima tesi una settimana fa. Mentre lo portavo a messa lui sbuffava come al solito e mi diceva “ Perché andiamo a messa? Tanto ho visto il crocifisso, Gesù è morto!”. Ecco dimostrata l'assoluta necessità che Cristo sia risorto.Per quanto riguarda il dolore innocente lo scandalo rimane, per Mancuso e per noi. Occorre però riflettere se è lecito attribuire ad una condizione di dolore, di handicap, di non autosufficienza un “minus” di dignità o di umanità. In questo caso la parte razionale, logica e spirituale dell'uomo descritto da Mancuso avrebbe il diritto di porre fine all'esistenza biologica.Ma io, non fosse altro che per un fulgido esempio di duemila anni fa che guardava i malati e ne provava compassione (cioè li amava) non me la sento di considerarli meno dignitosi o imperfetti.Ogni scala di “umanità e dignità” basata su fattori meramente biologici mi appare arbitraria e pericolosa.Proprio l'esistenda nell'uomo di una parte spirituale e razionale dovrebbe portare a considerare i fattori biologici non esaustivi per definire l'uomo.Rimango comunque dell'idea che il contributo così chiaro e franco di Vito Mancuso sia una di quelle cose per cui varrebbe la pena di comprare due copie del Foglio ogni giorno, non si sa mai..